spedizione in uzbekistan

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01/08/2011
Uzbekistan - Spedizione Boisun Tau

La spedizione “Boisun Tau 2011”, al confine tra Uzbekistan e Tagikistan, ha avuto luogo dall’1 al 20 agosto 2011 ed è stata organizzata dall'Associazione Speleologica degli Urali. Vi hanno preso parte 19 speleologi russi e 3 speleologi italiani tra cui due soci La Venta e un socio del Gruppo Speleologico Padovano. L'organizzazione logistica, scientifica ed esplorativa è stata totalmente a carico dei russi. La Venta e il GSP  hanno messo a disposizione parte del materiale tecnico oltre a farsi carico della documentazione fotografica e video.

La spedizione aveva principalmente l'obbiettivo di riprendere l'esplorazione di altre grotte del muro di Hodja Gur Gur Ata e di continuare i lavori iniziati in Festivalnaja.

 

Tutta l’organizzazione logistica era affidata ai russi. Il materiale è stato trasportato al primo campo a 2500 m con i muli e poi a spalla. La mancanza d’acqua ha condizionato molto lo spostamento dei campi verso l’alto (2500, 3000, 3300 m al campo Oasis).

L’idea era di spostare l’ultimo addirittura sopra la parete, ma la mancanza totale di acqua lassù ha fatto rinunciare a tale ipotesi. Al di sopra del muro è stato quindi rifornito solo un campo temporaneo di tre persone che ha avuto il compito, in tre giorni di lavoro, di raggiungere dall’alto la grotta di Dark Star e attrezzare in quel punto una via di calata che passasse dall’ingresso fino alla base della parete (circa 450 metri di verticale).

 

Fortunatamente alla base del muro in quel punto era presente una piccola sorgente, già segnalata dalla spedizione inglese del 1989. È stato quindi possibile spostare il campo dall’Oasi alla base di Dark Star, a circa 4,5 km di distanza in linea d’aria. Con questa impostazione si sarebbe potuto quasi certamente raggiungere anche Ulugh Begh, la mitica grotta con l’ingresso più alto del mondo (3800) ma non c’è stato abbastanza tempo.

 

Dal punto di vista dei materiali i russi erano ben attrezzati, anche se con corde ucraine eccessivamente rigide. L’utilizzo di piccoli trapani forniti da noi (Uneo) e ricaricati ogni mattina con due pannelli solari è stato decisamente vincente. Con i pannelli si sono poi ricaricate macchine fotografiche, pc, satellitari e anche batterie stilo personali. Il sistema ha funzionato alla perfezione, dato anche che il sole lassù non manca.


La Venta

13/08/2011
Esplorazioni

Dal punto di vista esplorativo sono stati raggiunti obbiettivi di notevole importanza per l’esplorazione dell’area. L’estate molto secca ha permesso l’esplorazione di una Dark Star completamente ghiacciata che quindi non ha posto problemi come nel 1991, quando gli inglesi erano stati fermati da laghi profondi. Il Frozen Beck (il fiume ghiacciato) è sicuramente cambiato da allora, tanto che la descrizione degli inglesi a volte non corrispondeva.

Il limite inglese è stato quindi raggiunto velocemente, dopo 2 km di splendide gallerie. Sceso un pozzo di 25 metri e risaliti di una decina a ritrovare la galleria fossile ci si è resi conto però di essere entrati in una grotta già esplorata da un altro gruppo russo nel 1988:  l’ingresso R21.

Di fatto il ramo principale di Dark Star corre pressoché parallelo alla parete, tagliandone un promontorio; era quindi prevedibile, data anche la fortissima corrente d’aria, che si stesse dirigendo verso un ingresso basso in parete. Quest’ultimo tratto di galleria (un centinaio di metri) è completamente rivestito da cristalli di ghiaccio e percorso da un vento a -1,5/-2° C.

 

Nelle punte successive viene invece percorso un grande meandro che si dirige risalendo deciso verso sud, il Ramo Passakaloski. Qui una punta tutta italiana, dopo una serie di arrampicate, ha portato, come era prevedibile, a un altro spettacolare ingresso in parete denominato Red Wine, più alto degli altri 5 conosciuti, a una quota intorno ai 3650 metri o forse più. Ma la scoperta più interessante è stata fatta gli ultimi giorni quando, risalendo la parete prima del pozzo degli inglesi, viene intercettata una grande galleria perpendicolare alla principale che presto immette con uno spettacolare portale di ghiaccio in un grande ambiente, la Sala del Plenilunio. Di fatto si tratta di un’enorme galleria che va verso monte (White Wine, con limite esplorativo alla base di una risalita) e verso valle (oltre 1 km, con termine su un sifone a -300 dall’ingresso più alto).

 

Prima del sifone vengono però individuate una serie di gallerie fossili, non rilevate, ma percorse per svariate centinaia di metri in ambienti sempre grandi. Le esplorazioni si sono fermate qui per mancanza di tempo. Certamente c’è ancora moltissimo da fare e grandi potenzialità. Con gli amici russi si è deciso di denominare questo complesso di grotte il Sistema Carsico del Hodja Gur Gur Ata Centrale (Dark Star, Red Wine, Capricorn One, Cancro, Passakaloski, R21), con quasi 5 km rilevati e oltre 300 metri di dislivello totale. Oltre alle esplorazioni in quest’area due gruppi di russi (4+4) hanno continuato i lavori a Festivalnaja. Un gruppo ha nuovamente raggiunto il fondo della grotta (-620) attrezzandolo per le corde e liberandolo dai cavi d’acciaio. Ha constatato che il fondo risulta insuperabile ma che, poco prima, alcune risalite sarebbero fattibili. Il secondo gruppo ha lavorato in una nuova zona di gallerie fossili sopra la Bolscjioi Grot, scoperta l’anno scorso. Sono state esplorate svariate centinaia di metri di condotte, non sempre comode. Molto rimane da fare e da topografare. Il gruppo di Dark Star si è anche dedicato al riposizionamento di molti ingressi col GPS.

20/08/2011
Ritorno da Samarcanda

Attraversare i deserti dell’Asia centrale, costellati di rovine, di città antiche migliaia di anni, tra le yurte che sembrano fermare il tempo al mondo di Gengis Kan, è una sensazione densa, un respirare profondo che lascia infiniti spazi all’immaginazione e al sogno. Ora che siamo tornati cominciamo pian piano a metabolizzare questa difficile avventura che ci ha portato in luoghi grandiosi, paesaggi sconfinati e grotte davvero uniche.

Il ritorno a Samarcanda di tre speleologi italiani, insieme con gli amici Russi, ha forse definitivamente riaperto lo sguardo verso questa regione che è destinata in futuro a diventare sicuramente uno dei grandi campi di gioco della speleologia internazionale. Le potenzialità esplorative si sono dimostrate per quello che sono: enormi, così come le distanze e le difficoltà logistiche da superare solo con la determinazione, senza l’aiuto dell’elicottero.

Distanze che non ci hanno ancora permesso di tornare ad esempio a Ulugh Begh, ma che ce l’hanno fatta accarezzare facendoci capire che probabilmente manca davvero poco a un ritorno anche lassù.

Intanto Dark Star però si è concessa davvero. Ce la siamo sudata… 5 giorni di avvicinamento, lo spostamento per chilometri di un campo pesante fino all’unica sorgente d’acqua disponibile, il viaggio lungo le creste oltre i 3500 metti l’attrezzamento di oltre 600 metri di corde in parete…

Un risultato raggiunto grazie alla determinazione degli speleologi russi, a volte cieca e troppo forte, unita al ragionamento spesso troppo dubbioso di noi italiani. Ma alla fine il connubio di questi due approcci ha centrato l’obbiettivo, fondendosi in un’amicizia e un’unione di intenti che alla fine ha sfondato le barriere dell’incomunicabilità linguistica. Dark Star, dopo averci regalato due traversate spettacolari (probabilmente Red Wine- R21 è la più alta traversata del mondo, da 3650 a 3450 con 2 km di percorso), attraversando torrenti ghiacciati e favolose gallerie scintillanti di cristalli di ghiaccio, ha poi aperto i pesanti portoni argentati del cuore del massiccio.

Una risalita seguita da una galleria ghiacciata ci ha introdotto in una sala che rappresenta certamente un nodo fondamentale della geometria del sistema, la grande Sala del Plenilunio. Ambiente magico che certo le fotografie non riescono a restituire nella sua originale spettacolarità. Qui il ghiaccio diventa davvero forma minerale, costellando metri e metri di pareti di cristalli perfetti, per poi modellarsi in flussi bluastri di grandi colate e forme eccentriche modellate dal vento.

Il portale che segue ha portato negli ultimi giorni ad esplorare un altro chilometro di gallerie fino ad un sifone ad almeno 300 metri di profondità. Ma non è finita qui perché poco prima si snodano una serie di grandi gallerie fossili percorse ad oltranza solo l’ultimo giorno disponibile… e non se ne vede la fine.

Abbiamo poi dovuto abbandonare questo canto di sirena per cominciare il lunghissimo viaggio di ritorno nel mondo reale. Mani e piedi distrutti, labbra crepate, pelle bruciata dal sole e dal freddo, la voglia di ritrovare le cose semplici, poter bere di nuovo l’acqua a profusione da un torrente fresco di acqua cristallina.

Insieme col nostro amico Ramaddullà, il pastore tagiko che ci ha preso in simpatia col suo modo spontaneo e sorridente di fare ogni cosa, ce ne torniamo a Boysun. Un ultimo saluto ai compagni russi sotto il cielo blu di Samarcanda, e poi eccoci di nuovo qui. Pensandoci ora, quei luoghi mi sembrano così lontani e irreali… È il gioco di ogni esplorazione, non si riesce mai a capire il confine tra il sogno, l’immaginazione e la realtà. Ma questo in fondo è proprio ciò che caratterizza l’Asia e le sue millenarie culture.