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14/04/2011
Missione Natura in Costa Rica

Testo di Vincenzo Venuto

 

Ho lasciato il Costa Rica pochi giorni fa; sono fisicamente in Italia ma il mio cuore è rimasto lì, imprigionato a Coco Island.

 

Coco è un’isoletta sperduta nell’Oceno Pacifico dove si narra siano nascosti tesori leggendari. Partendo da Punta Arenas ci vogliono quasi due giorni di navigazione per raggiungere l’isola. Lungo il tragitto mi aspettavo un mare tempestoso ma in quei giorni il Pacifico era stranamente calmo e con il mare piatto abbiamo potuto osservare balene, delfini, tartarughe e squali pelagici. All’alba del secondo giorno Coco mi è apparsa in tutta la sua bellezza: un gioiello lussureggiante in mezzo al mare.

 

Quella mattina stormi di sule partivano dal grande scoglio di Manuelita per andare a pescare in mare aperto mentre un gruppo di tursiopi, giocando con l’onda creata dalla prua della barca, ci guidava al nostro ormeggio. Coco è ricoperta da una foresta impenetrabile ed esplorarla non è stato uno scherzo ma quello che mi ha più colpito è stata la vita sottomarina.

 

Al Alcione, un sito di immersione scoperto da Jacques Costeau, si scende lungo una cima che ti porta a circa 30 metri di profondità. La cima è necessaria perché in quel punto le correnti sono talmente forti che ti portano via. Scendendo a - 40 ci si affaccia su una specie di dirupo sottomarino dalle cui profondità risalgono a centinaia gli squali. Un fiume di squali martello che nuotano rilassati seguendo la corrente. Stavo lì avvinghiato ad una roccia tenendo il respiro per non spaventare i pesci con il rumore delle mie bolle. Qualcuno si avvicinava curioso, mi osservava e proseguiva altri si facevano pulire da frotte di pesci farfalla.

 

Si dice che gli squali martello arrivino a Coco guidati dai campi magnetici prodotti dall’attività vulcanica che avviene nelle profondità marine. Non sono sceso fino a laggiù ma con un piccolo batiscafo ho esplorato gli abissi. Chiuso in una palla trasparente di plexiglass spessa otto centimetri sono riuscito ad arrivare fino ad 300 metri di profondità. Dopo i primi 70 metri in cui l’acqua è calda e blu si incontra una corrente torbida di acqua fredda carica di plancton dove si possono osservare le mobule, grandi mante abissali. Superati i 140 metri l’acqua torna perfettamente limpida come il cristallo ma a -200 inizia il buio. A dire la verità guardando in alto si percepisce ancora il bagliore del sole. A -250 metri c’è lo scalino di una scarpata sottomarina che scende dritta e ripida fino a 3000 metri. Sono sceso fino a -300, ma la vita laggiù non è così ricca: ci sono spugne che sembrano fatte di vetro, coralli bianchi e qualche pesce abissale.

 

Di notte, sotto lo scoglio di Manuelita, ho assistito al feroce pasto degli squali pinna bianca. A decine mi seguivano come cagnolini cercando di sfruttare la luce della mia torcia subacquea per scorgere qualche preda. Uno sfortunato pesce trombetta non è stato veloce a nascondersi e lo hanno catturato. Il primo squalo lo ha afferrato un secondo lo a morso e poi un altro e un altro; in pochi secondi  una palla di squali in piena frenesia alimentare si contendeva un pezzettino di pesce.

 

Ma il Costa Rica non è stato solo mare; la foresta di nuvole che si trova a Monteverde, qualche centinaio di chilometri a nord ovest dalla capitale San Josè, è magica. Lì ho avuto la fortuna di poter esplorare la volta utilizzando dei cavi d’acciaio; uno di questi cavi univa due montagne ed era lungo più di un chilometro. Da lassù era possibile vedere il blu elettrico delle grandi farfalle morpho che volavano sopra le cime degli alberi.

 

Utilizzare i cavi è stato divertente ma per vedere bene la vita della volta è necessario arrampicarsi sulle cime degli alberi più alti; per farlo ho utilizzato corde, maniglie, discensori e imbraghi, gli stessi che mi sono serviti per discendere una meravigliosa cascata di 40 metri in cui mi sono imbattuto mentre cercavo rane in un torrente nella foresta di La Paz. In quell’esplorazione ho incontrato raganelle e rane multicolori, insetti, serpenti, coati. I serpenti erano uno dei miei obiettivi e nella foresta di Cahuita ne ho visti molti. Quello che mi ha fatto disperare è stato un grosso ferro di lancia. Se ne stava immobile sotto un albero. Quando mi sono avvicinato è scattato come una molla. Veloce e letale. Non è stato semplice convincerlo a farsi filmare. Il corallo seppur velenosissimo era più tranquillo e si è fatto pure prendere senza troppi problemi.

 

Con i bradipi è stato tutto più semplice; sono animali lenti. L’unico problema è avvistarli sulle cime degli alberi. Un giorno a Playa Chiquita, che si trova a pochi chilometri da Puerto Viejo, sull’oceano Atlantico, c’era una femmina di bradipo didattilo che aveva un cucciolo avvinghiato e tranquilla mangiava le foglie di un albero. Ho provato ad arrampicarmi sul tronco vicino cercando di non spaventala. Stavo immobile sul ramo sperando che non scappasse e lei, inaspettatamente, non è scappata ma si è avvicinata curiosa. Ci siamo guardati negli occhi per un po’… anche il suo piccolo ha sollevato la testolina dal fitto pelo della mamma per darmi un’occhiata. Soddisfatta la curiosità, il bradipo si è allontanato tranquillo.

 

I bradipi didattili sembrano delle bambole con dei lunghi capelli biondi, i tridattili invece sono dei peluches viventi. Uno microscopico di pochi mesi lo abbiamo trovato a terra. La mamma non c’era più. L’ho raccolto e affidato alle cure di un centro di recupero.

 

Adesso ho qualche giorno di riposo qui in Italia ma tra non molto inizierò un nuovo viaggio. Destinazione INDIA!