paolo aralla

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31/05/2012
In cerca del gipeto

Era molto freddo. Il termometro dell’auto segnava fisso -14 gradi, nonostante fosse giorno e con pieno sole. Nel cuore del parco nazionale dello Stelvio l’inverno aveva portato con se diversi metri di neve. Le giornate limpide ci facevano ben sperare. Da circa 5 giorni eravamo in cerca del Gipeto, il maestoso avvoltoio delle alpi, reintrodotto nel parco qualche anno prima. Aiuati dai Forestali, e dalle guide del parco, avevamo perlustrato tutte le aree frequentate da questo splendido volatile. Nei pressi del nido, nelle vicinanze dei posatoi, a ridosso delle zone di caccia. Ma nulla. Nessuna traccia. Nella costernazione generale io e la mia compagna Carlotta, che da sempre mi aiuta nelle produzioni naturalistiche, decidemmo di rinunciare e fare ritorno a Roma. Il documentario sugli avvoltoi italiani doveva essere rinviato. Scendendo a valle notai una chiesetta illuminata da una luce particolare “Mi fermo per fare quest’ultima inquadratura” . Afferrai Cavalletto, telecamera e grandangolo e scesi velocemente dall’auto. Appena iniziai a guardare nell’obiettivo, vidi un’enorme ombra passarmi sopra la testa. “Non può essere…”. Era.


gipeto from Bapufilm on Vimeo.


Il Gipeto si posò esattamente di fronte a me. A non più di 150 metri, senza alcun riparo, senza alcun timore. Una situazione impensabile. Su di lui una luce semplicemente perfetta. Iniziò a scavare e a mangiare pezzi di midollo di qualche animale sepolto.. Io rimasi pietrificato dall’emozione. Vidi comparire al mio fianco la mano di Carlotta con un bel teleobiettivo e mi svegliai da quel torpore. Senza dire nulla, lo montai sulla camera e girai una delle più fortunate sequenze della mia vita.


Per realizzare documentari sulla natura bisogna conoscere l’ambiente in cui ci si muove, il comportamento degli animali che si intende filmare, comprendere le situazioni di pericolo, avere un buon allenamento fisico. Ma se non si è un pelino fortunati, la professione documentaristica diviene veramente un’impresa ardua da affrontare.


Specialmente se si vive in un paese come l’Italia, dove il mercato televisivo richiede un altro genere di prodotti. Per questo, dopo aver collaborato per anni con Geo&Geo di Rai Tre, ho iniziato a produrre documentari per diversi circuiti internazonali.
Le persone mi chiedono spesso come possa stare ore ed ore appostato in un piccolo capanno solo per filmare 20-30 secondi di un animale.

Sono momenti di una bellezza indescrivibile.
Catturare quell’istante di intimità è come sentirsi parte della storia che ogni giorno la natura scrive sotto i nostri occhi.
La collaborazione con National Geographic Channel Italia ha infine coronato il sogno di una vita.

Nel corso degli anni ho allargato i miei orizzonti, iniziando ad esplorare il racconto d’avventura. Ho conosciuto Paolo Arala in Slovacchia, durante un documentario per Natgeo su un gruppo di freeriders. Ne è nata una bella amicizia ed un bel rapporto di lavoro, nonostante la differenza di età (Sfido a capire chi è il più vedcchio di oltre 15 anni). Nel 2010 abbiamo firmato insieme un importante documentario girato in Pakistan sui ghiacciai del Karakorum, distribuito in quasi tutti i network mondiali. Ed oggi eccoci qui, a lavorare per National Geographic nel cuore delle Dolomiti italiane.

 

Massimiliano Sbrolla

 

31/05/2012
Sulle tracce dei ghiacciai

Sentii dei rumori in lontananza, era buio. Ormai mi ero abituato allo scricchiolio del ghiaccio che si muoveva sotto la tenda e sapevo distinguerlo bene. Quello che mi svegliò sembrava un colpo metallico. Probabilmente qualcuno si era già alzato per aiutarci nei preparativi. Erano le 3.30 del mattino, di un giorno particolare.

Uscii dal sacco a pelo già vestito, mi infilai guanti e cappellino, aprii di qualche centimetro la cerniera della tenda per controllare il tempo. E sorrisi. Il cielo era limpido, non c'era vento e nella tenda dei portatori si sentiva già un gran baccano.

La luna piena illuminava tutta la vallata. In fondo al ghiacciaio si innalzava la montagna più alta che avessi mai visto. Una piramide perfetta, costruita dalla natura con una precisione millimetrica. Un'immagine ipnotica. Tanto bella quanto pericolosa: il mitico K2.

Ultimati i preparativi iniziammo a camminare. Eravamo al campo base da 2 settimane, a metà strada tra il K2 e il Golden Trone. Davanti a noi ci aspettava la vetta Terzano, un luogo fondamentale per la nostra missione: studiare lo stato di salute del ghiacciaio attraverso la comparazione fotografica a 100 anni di distanza. Dovevamo quindi ritrovare gli stessi punti dove vennero scattate quelle foto e realizzarne di nuove. A disposizione avevamo solo gli scatti di Terzano e qualche generica indicazione geografica. Con la mia telecamera dovevo raccontare la storia di questa spedizione tutta italiana, ideata dal fotografo Fabiano Ventura. Era il 10 di agosto e sopra le nostre teste non smettevano di sfrecciare decine di stelle cadenti. Uno spettacolo incredibile, a 4000m di altitudine.
Il cielo dava veramente la sensazione di infinito.

SULLE TRACCE DEI GHIACCIAI - PAKISTAN from Bapufilm on Vimeo.


Davanti a noi si estendeva, una parete interamente ricoperta da sassi, una sorta di ghiaione immenso. Per ogni passo che si faceva in avanti, se ne facevano 2 scivolando indietro. Pensai di non arrivare mai. Hassan, la nostra guida, credeva di aver intuito il punto fotografico che volevamo raggiungere, ma arrivati in cima alla parete, ci rendemmo conto d’aver sbagliato.

Il sole iniziò a spuntare tra le vette innevate, e decidemmo di costeggiare tutta la dorsale e salire ancora per cercare di avere la visuale giusta. Senza pensarci un istante Hassan andò a controllare e pulire la parete per assicurarsi che non ci fossero problemi durante la nostra salita. Ci legammo in vita e salimmo armati di solo coraggio. Niente imbraghi, ne moschettoni.

Arrivammo in vetta verso le 9.30, il sole era già alto e davanti a noi c'era uno scenario indescrivibile. Guardai l'altimetro: segnava 5430m. Mi resi conto di non essere mai stato così in alto. Un accenno di commozione, poi allungai il cavalletto, montai il grandangolo e feci l'inquadratura più emozionante della mia vita: una panoramica di quasi 180° su un ghiacciaio lungo 90km e largo 4km. Era il Ghiacciaio del Baltoro, racchiuso tra le vette più imponenti del Karakorum.

Mi trovavo lassù, dopo anni dedicati a filmare sport di ogni tipo, grazie all’intuizione di Massimiliano Sbrolla, regista di National Geographic che scelse me per filmare il progetto “Sulle Tracce dei Ghiacciai”. E pensare che ci eravamo conosciuti solo qualche anno prima, sulle Tatra Mountains in Slovacchia. Massimiliano mi vide all’opera sulla neve, mentre seguivo un gruppo di freeriders professionisti. Apprezzò il mio lavoro e da quel momento nacque una bella amicizia e un sodalizio professionale. Che continua ancora oggi, tra le vette dello Stelvio, pronti a filmare una suggestiva alba a 3 mila metri di altezza.


Paolo Aralla