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01/03/2010
Alla scoperta della Patagonia con Dolomite

Il brand trevigiano ha sponsorizzato la spedizione speleoglaciologica dell’Associazione La Venta Esplorazioni Geografiche

L’Associazione La Venta torna dopo 15 anni in Patagonia: 18 persone, tra cui un giapponese, un argentino e una messicana, dal 12 febbraio, sino al 4 Marzo 2010 si sono misurate con un’esperienza davvero unica. Ai loro piedi calzature Dolomite, il marchio storico dell’outdoor, da sempre al fianco di chi ama mettersi alla prova e affrontare sfide con se stessi e con la natura. I modelli Dolomite rappresentano la soluzione ideale per chi vuole vivere la montagna con la sicurezza e la qualità di prodotti Made in Italy. È attraverso un diario di viaggio di una delle protagoniste della spedizione che scopriamo tutto il fascino della Patagonia e delle sue bellezze. Scopo principale di questa avventura era quello di verificare lo stato di “salute” del ghiacciaio Moreno e delle sue straordinarie grotte glaciali a 15 anni esatti dalla spedizione del 1995, che regalò agli esploratori quella che è (o forse è meglio dire “era”) la più lunga grotta endoglaciale mai rilevata. La seconda parte del viaggio è stata invece dedicata alla prospezione di altri due ghiacciai: l’Ameghino, situato poco a nord del Moreno e il Viedma, una delle più grandi lingue glaciali defluenti dallo Hielo Continental.

25/03/2010
Giorno 1 - Verso il Perito Moreno

Il giorno della partenza è arrivato, come qualcosa di molto atteso o di temuto, un momento che sembra sempre lontano ma quando giunge hai l’impressione di non essere abbastanza pronto, vorresti ancora un giorno, un’ora in più per prepararti… Siamo a bordo di un pulmino che, senza fretta, ci conduce all’imbarcadero del Minitrekking da dove inizia l’avventura con il ghiacciaio più famoso della Patagonia. Durante il viaggio il tempo scorre veloce, accompagnato da panorami mozzafiato tra pampas sconfinate, montagne con le cime ancora innevate e lo splendido lago Argentino con i suoi colori le cui gradazioni vanno dal grigio all’azzurro e nelle cui acque navigano, sospinti dal vento e dalla corrente, iceberg di varie forme e dimensioni staccatisi dal gigante.

Ed ecco che compare all’improvviso dietro una curva: il Perito Moreno con la sua maestosa e frastagliatissima fronte, sembra quasi venirci incontro per porgere il suo benvenuto. L’avevo già conosciuto in occasione di un altro viaggio ma è come se fosse la prima volta: imponente ed austero, apparentemente immobile ma in realtà vivo, con i suoi suoni talvolta simili a scricchiolii o spari ed i suoi colori dalle mille sfumature dal bianco al blu intenso che ti ipnotizzano al punto da non riuscire quasi a distogliere lo sguardo. E’ come se il ghiaccio ti parlasse e tu non potessi fare a meno di ascoltarlo, il frastuono causato dal distacco di grossi lastroni echeggia in un paesaggio da favola. L’imbarcazione che ci conduce sulla sponda opposta del lago dalla quale si parte per allestire il campo base in prossimità del bivacco Buscaini è pronta. Carichiamo sul battello gli zaini e la grande quantità materiali che abbiamo portato con noi e dopo diversi minuti di operazioni serrate siamo pronti a solcare le acque increspate dal vento del lago Argentino.

Il Perito Moreno ci attende, vorrà aprirsi a noi rivelandoci ciò che custodisce nel profondo?

25/03/2010
Giorno 2 - Il Bivacco Buscaini

La barca scivola leggera sull’acqua grigio-turchese del lago Argentino con il suo carico di uomini, materiali, speranze e aspettative. Arriviamo all’imbarcadero dal quale, con due minuti di cammino, si raggiunge il rifugio del Minitrekking, scortati dalla visione sempre più ampia e spettacolare del Perito Moreno. La giornata è bella anche se un po’ ventosa come nelle migliori tradizioni patagoniche e il ghiacciaio, illuminato dal sole, mostra con orgoglio le mille sfumature dei suoi colori e vigila sul lago come un guardiano che custodisce un prezioso tesoro.

Scarichiamo i materiali dal battello e ci organizziamo per suddividerli e trasportarli al meglio senza mai perdere d’occhio il ghiacciaio che ricompensa tanta ammirazione: cominciamo a sentire degli scricchiolii e poi un boato seguito dalla caduta di un costone di ghiaccio. Lo spettacolo è impressionante, ci sentiamo veramente piccoli di fronte alla forza della natura; che emozione!

La forza dell’onda che si genera è tale da costringere un catamarano carico di turisti ad indietreggiare rapidamente per non essere sopraffatto dai flutti.

Carichiamo gli zaini osservati da un gattino grigio incuriosito dalle nostre manovre e prendiamo la via del sentiero che nella sua parte iniziale si snoda nella foresta costituita da verdissimi faggi australi le cui forme ricordano molto quelle ordinate dei bonsai giapponesi e che costeggia il ghiacciaio, a tratti visibile, a tratti celato dalla vegetazione ma sempre presente ad accompagnare il nostro cammino.

Entriamo sul ghiaccio dopo circa un’ora di marcia, il fondo è ottimo e si procede agevolmente anche senza ramponi. La traversata è abbastanza breve e ben presto si ridiscende nella morena dove non c’è più traccia di sentiero che diventa tutto da inventare. Sono ore di disagevoli sali e scendi, di fatica e a momenti forse anche di scoramento ma alla fine la nostra tenacia viene premiata. Arriviamo al bivacco Buscaini situato in una splendida faggeta in corrispondenza del quale allestiremo il campo base stabile. La nostra avventura sul Perito Moreno ha finalmente inizio

25/03/2010
Giorno 3 - Primi passi sul ghiacciaio

Un timido raggio di sole cerca di farsi strada tra le fitte fronde dei faggi australi, l’aria è frizzante e si beve volentieri una tazza di caffè caldo. Il campo si risveglia pigramente e inizia ad animarsi. Ci si prepara a organizzare la giornata che ci vede impegnati ad effettuare un primo giro di ricognizione sul Perito Moreno.

Ridiscendiamo lungo la breve ma ripida salita che conduce al campo e ci muoviamo sulla morena; dopo pochi minuti siamo di fronte al ghiacciaio che ci accoglie donandoci una piccola perla: in prossimità del punto più favorevole all’ingresso notiamo una grotta subglaciale, poco estesa e percorribile per pochi metri ma di un blu intensissimo e con trasparenze tali da permettere di vedere chiaramente le pietre inglobate al suo interno dallo scorrimento della massa glaciale.

Dopo la breve visita che ci scalda il cuore nonostante il freddo ci prepariamo a calzare i ramponi. Diversi sono i pensieri e le emozioni che passano per le nostre menti: chi sale sul ghiacciaio con la trepidazione della prima volta, chi lo ritrova dopo tanti anni ed è come se lo avesse salutato soltanto poche ore prima e chi si presenta al suo cospetto con discrezione come se avesse paura di arrecare disturbo.

Iniziamo la progressione verso il centro del ghiacciaio, il meteo è straordinariamente propizio, c’è un silenzio quasi totale, rotto solo dallo scricchiolio del ghiaccio sotto i ramponi. Il nostro incedere, all’inizio abbastanza lineare, ad un tratto si fa più complesso, a causa delle presenza di una zona piena di crepe.

Con un po’ di impegno riusciamo tuttavia a superare la fase di criticità e ci ritroviamo su una parte centrale abbastanza pianeggiante dove incontriamo diversi scorrimenti epidermici, pozze d’acqua orlate di cristalli di ghiaccio dalle forme più incredibili e qualche bella bédière (canale d’acqua) che si getta con impeto dentro un mulino (pozzo glaciale). Rientriamo al campo, stanchi, ma con la certezza di aver gettato le basi per il prosieguo delle esplorazioni dei prossimi giorni.

25/03/2010
Giorno 4 - Vita da campo

Un’esplorazione, di qualunque tipo di ambiente, si svolge in diverse fasi: individuazione del soggetto di interesse, pianificazione, operatività, elaborazione dei risultati e riposo a rotazione dei partecipanti alle attività.

Dopo alcuni giorni di marcia incessante sul ghiacciaio un po’ di stanchezza inizia a farsi sentire, soprattutto alle estremità inferiori che pur dotate di comodi scarponi reclamano comunque un po’ di libertà. Decido di accontentarle e mi prendo un giorno di pausa dalle camminate ma solo da quelle perché chi si ferma al campo cura la logistica di chi si muove in esplorazione. Ci si sveglia prima degli altri, si prepara la colazione per tutti e quando i vari gruppi sono andati via si attende alle varie faccende: lavare i piatti, riordinare l’attrezzatura, inventariare le scorte di cibo e pensare ad organizzare la cena al rientro dei compagni, con i quali i contatti sono costanti e garantiti dalle radio rice-trasmittenti.

La giornata di pausa dà l’opportunità non solo di riposare le articolazioni, messe a dura prova dalla progressione con zaini più o meno carichi, per un buon numero di ore, su terreni non facili, ma anche di riordinare i pensieri e guardarsi intorno per osservare meglio sfumature e dettagli: il colore di un fiore, il profumo dell’aria, il ronzio degli insetti…

Scende la sera ed i ghiacci iniziano ad assumere tonalità variabili dall’azzurrino al rosato, è come guardare un pittore che mescola i colori per ottenere le diverse tonalità e dare vita ai suoi dipinti. I gruppi di esplorazione rientrano uno dopo l’altro al campo base dove li attende un fuoco acceso, una cena calda ed un bicchiere di rhum che viene sorseggiato lentamente mentre si susseguono i racconti della giornata appena trascorsa con le sue impressioni, le sue fatiche, le sue delusioni, un momento di condivisione che racchiude in sé lo spirito stesso della spedizione.

25/03/2010
Giorno 5 - La discesa di un mulino

Se qualcuno dovesse chiedermi qual è stata la cosa che in assoluto mi ha emozionato di più durante questa spedizione non avrei dubbi: calarsi dentro un pozzo glaciale o mulino, come viene comunemente definito, esperienza assolutamente mozzafiato…

Si arriva di buon’ora sul bordo del mulino che si è deciso di esplorare per la giornata e hanno inizio le operazioni per attrezzarlo: si piantano i chiodi da ghiaccio che dopo un’iniziale resistenza si avvitano con ottima presa, si inseriscono i moschettoni e la corda e il primo comincia la calata continuando l’attrezzamento del mulino mentre gli altri finiscono di prepararsi.

L’ingresso sembra abbastanza agevole, l’acqua che lo ha modellato ha cambiato il suo corso pertanto non c’è la cascata che generalmente accompagna o talvolta ostacola l’esplorazione di queste strutture.

Mi avvicino al bordo del pozzo assicurata con una longe (cordino di sicura) e monto il discensore, aspettando il segnale di via libera da chi mi ha preceduto, che non tarda ad arrivare. Ricevuto l’ok inizia la discesa… il ghiaccio da bianco e all’apparenza farinoso inizia a cambiare colore e consistenza diventando sempre più blu ma al tempo stesso trasparente come un cristallo, tanto da riuscire a vedere il chiodo interamente infisso alla parete. Sembra un sogno dove si ha l’impressione di essere sospesi tra due elementi che sembrano in continuità pur non essendolo.

Man mano che si avanza verso il basso l’eco di un rombo diviene sempre più forte: è l’acqua che scorre impetuosa sul fondo della grotta disegnandone le forme e rendendola viva. Da qui inizia l’esplorazione…

25/03/2010
Giorno 6 - Campo base Ameghino

Non è ancora l’alba e già fervono i preparativi, a breve un mezzo ci preleverà per condurci all’imbarcadero dove saliremo sulla lancia che ci porterà al cospetto del ghiacciaio Ameghino, non molto grande ma molto interessante dal punto di vista carsico, almeno da quanto si rileva dalle foto satellitari. Solchiamo le acque del lago Argentino scortati dai colori dell’alba, cielo terso e meteo tutto dalla nostra parte. Lo sbarco avviene su una spiaggia sassosa dove riordiniamo i materiali, rifacciamo gli zaini suddividendo meglio i carichi e dopo avere individuato il sentiero ci mettiamo in marcia. Attraversiamo un breve boschetto di onnipresenti faggi australi e sbuchiamo in una splendida piana, circondata da montagne impreziosite da nevai e piccoli ghiacciai pensili, a tratti acquitrinosa, le cui pozze sono animate sia da una grande varietà di uccelli acquatici un po’ intimiditi dal nostro passaggio che da una quantità notevole di zanzare che fanno accelerare discretamente il nostro passo…Non avremmo mai pensato di aver bisogno di un repellente per insetti fra i ghiacci ma è evidente che non si debba mai dare nulla per scontato… Andiamo avanti fino a che ci troviamo di fronte a una grossa fascia di morena; la aggiriamo agevolmente e – spettacolo -, siamo di fronte ad un altro lago pieno di iceberg alla deriva, staccatisi dal ghiacciaio che però ancora si sottrae alla nostra vista. Lo scenario è dovunque fantastico, gli iceberg hanno le forme più bizzarre e un colore che spazia tra tutte le tonalità del celeste e del blu a seconda dell’incidenza dei raggi del sole. Il sentiero adesso non esiste più e dobbiamo trovare il modo di avanzare; l’unica possibilità di prosecuzione è lungo la sponda sinistra del lago; a destra un largo fiume inguadabile ci sbarra la strada. Iniziamo su un percorso che all’inizio sembra abbastanza agevole ma diventa sempre più ripido, a tratti roccioso, instabile e smosso. Avanziamo con molta attenzione e all’improvviso eccolo! Il ghiacciaio Ameghino, incassato in una stretta valle e contornato da montagne tra le quali spicca l’aguzza sagoma del Cerro Fantasma con la sua parete sud liscissima e la cui cima, secondo informazioni locali, è ancora inviolata. Scortati dal panorama mozzafiato riusciamo a arrivare in una zona pianeggiante dove, data l’ora, stabiliamo il campo per passare la notte. Il nostro riposo è vegliato dall’Ameghino che impaziente ci aspetta per svelarci i suoi “segreti”.

25/03/2010
“ Welcome to Ameghino ”

E’ la mattina di un nuovo giorno, non vi sono nuvole in cielo e facciamo colazione con il meraviglioso panorama del ghiacciaio che si riflette sulle acque appena increspate del lago. Decidiamo di smontare il campo e di rimontarlo un po’ più avanti per guadagnare un altro po’ di terreno rispetto alla distanza che ci separa dall’Ameghino; si preparano gli zaini e ci si avvia ad affrontare la parte più impegnativa del percorso. Non dobbiamo aspettare molto per confrontarci col passaggio più difficoltoso di tutto il tragitto che ci porterà al ghiacciaio; un traverso su parete a pelo d’acqua chiamato “welcome to Ameghino”, preludio di quello che dovremo affrontare più avanti.

L’avvicinamento sembrava molto più semplice, invece ci si ritrova a procedere per ripidi pendii detritici intervallati a gigantesche frane con massi e terriccio, il tutto instabile, dove non puoi indugiare un attimo col passo, passaggi di 4° su pareti che si sbriciolano solo a guardarle, arrampicate su rocce viscide, cascate d’acqua e traversi tecnici. Dopo alcune ore di passione con l’adrenalina a mille riusciamo finalmente a raggiungere il ghiacciaio; se arrivarci è stato più complesso del previsto, percorrerlo sembra invece essere abbastanza agevole. Guadagniamo infatti in poco tempo la morena centrale che viene risalita per circa un chilometro, poi al repentino cambio di pendenza ci troviamo di fronte a una zona piena di crepacci che il giorno seguente, con un po’ di difficoltà dovuta anche al levarsi di un forte vento, sarà oltrepassata conducendo al cuore del ghiacciaio. Ormai è tardi, decidiamo di ritornare al campo; strada facendo localizziamo e fotografiamo alcuni mulini che torneremo a rilevare domani. La contentezza per aver raggiunto la meta al rientro è così grande che divoriamo letteralmente il sentiero ed i passaggi impegnativi che ci avevano fatto penare all’andata.. Cena calda, scambio di opinioni e si va a dormire, consci che il ghiacciaio ha in serbo per noi molte altre sorprese che ci regalerà in cambio di una spedizione dove l’attenzione sarà dedicata completamente a lui.

 

Testi di Silvia Arrica, con la collaborazione di Giuseppe Giovine