13/09/2011

Addio a Walter Bonatti, una delle più grandi leggende dell'alpinismo italiano e mondiale

Si è spento ieri sera, a Roma, all’età di 81 anni, Walter Bonatti, lo scalatore, l’uomo di avventura, il reporter dai luoghi selvaggi del pianeta che ha fatto sognare l’Italia del miracolo economico. Bonatti, nato a Bergamo nel 1930, è stato il più forte alpinista del Dopoguerra, diventando esempio di determinazione e capacità innovativa per generazioni future di scalatori. Si formò come molti lombardi sulle rocce calcaree delle Grigne e divenne guida alpina. Quando nel 1951 concluse la salita sull’aggettante parete est del Grand Capucin nel Gruppo del Bianco, fu il primo a importare sulle Alpi Occidentali le tecniche di scalata estrema sviluppate in Dolomiti nell’ambito della scuola degli orientalisti.

La sua carriera fu un susseguirsi di scalate sensazionali, alcune delle quali hanno inaugurato nuove fasi nella storia dell’esplorazione verticale delle Alpi. Tra i suoi successi più importanti vanno ricordati la solitaria lungo una via nuova sul pilastro sudovest del Petit Dru,

Compì la prima invernale alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo e della Cima Ovest, l’invernale alla Nord delle Grandes Jorasses e tante altre imprese, sulle Ande, in Karakorum. Concluse la sua vicenda alpinistica nel 1965, centenario della conquista del Cervino, salendo la Nord della montagna da solo, in inverno, lungo un nuovo itinerario.

Imprese che hanno fatto la storia dell'alpinismo mondiale, compiute spesso in solitaria, con la fantasia, la tenacia e l'entusiasmo che hanno il sapore di qualcosa di epico. Non a caso Buzzati scriveva che se Bonatti fosse vissuto ai tempi di Omero le sue imprese sarebbero state raccontate con un grande poema.

Il nome di Walter Bonatti è comunque legato soprattutto alla lunghissima polemica sulla conquista del K2. Nel 1954, a 24 anni partecipa alla spedizione italiana capitanata da Ardito Desio sulla seconda montagna più alta del mondo. Una spedizione che porterà in cima Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Il giorno prima, Bonatti, il più giovane della spedizione, scende al campo inferiore per recuperare le bombole di ossigeno e quando torna scopre che il nuovo campo, a sorpresa, è stato allestito 250 metri più in alto. Bonatti ci arriva solo poco prima del tramonto, ma Compagnoni e Lacedelli si limitano a suggerire da lontano di lasciare l'ossigeno e tornare indietro. Vista l'impossibilità della cosa, Bonatti e il portatore Mahdi trascorrono la notte a -50°, senza alcun riparo, tornando al campo solo all'alba. Mahdi, semiassiderato, subisce l'amputazione di numerose dita. A causa di un contratto Bonatti non può parlare dell'accaduto per due anni e lo farà solo nel 1961 nel libro «Le mie montagne». Soltanto nel 2004 la commissione d'inchiesta del Club Alpino Italiano riconosce la versione di Bonatti.