24/01/2011
Valle dell'Omo, un viaggio nel tempo

L’Etiopia, definita la Regina d’Africa per i suoi variegati scenari che contengono tutte le anime del Continente Nero, è un incredibile mosaico di razze ed etnie, affascinante commistione tra le radici dell'uomo e la natura. Ma, al di là delle scontate suggestioni esotiche, questo paese nasconde e conserva tracce, vive e reali, di un passato impossibile da immaginare. Basta una settimana di impegnativo Fuoristrada su terreni senza piste né riferimenti, per fare un viaggio di migliaia di anni a ritroso nel tempo. Un itinerario fino ai primordi dell’umanità, in una dimensione arcaica dell’esistenza, sospesa nel tempo, lontano da ogni forma di contaminazione moderna.

 

Verso l’anima del mondo

Da Addis Abeba la strada che porta fino a Jimma, la capitale del caffè, vede il paesaggio circostante cambiare chilometro dopo chilometro, lasciando alle spalle ogni traccia di “occidentalizzazione”, e avvicinandosi sempre più al cuore autentico dell’Etiopia.

 

I Surma, guerrieri neolitici

E tutto cambia.

La sensazione, tangibile, è quella di entrare in una dimensione spazio temporale sospesa nel tempo, di essere proiettati in un’era primitiva, dove credenze, riti e tradizioni scandiscono il ritmo delle giornate e di intere esistenze. I Surma vivono allo stato primordiale, in un mondo che in ogni sua manifestazione si è fermato a millenni fa.

Lasciate le jeep al campo montato in una piccola radura fra la savana e gli altipiani erbosi, ci incamminiamo nella valle selvaggia fino a raggiungere le rive del Magalogne, il fiume sacro per questo popolo. Sbucando tra i cespugli o dondolando dai rami degli alberi, appaiono al nostro passaggio gruppi di bambini, nudi, completamente dipinti di giallo intenso, da sembrare perfetti extraterrestri.

 

Siamo noi, però, l’elemento estraneo a questo mondo, perfetto nella sua ancestrale armonia. Corrono agili fra la savana, i piccoli Surma, in simbiosi perfetta con la natura che li avvolge e con il loro microcosmo fatto di miti, superstizioni, credenze e regole che si perdono nella memoria dell’uomo. Nelle acque del Magalone i Surma manifestano il loro culto della bellezza fisica, dipingendo i loro corpi con polveri ricavate da pietre colorate. Ogni gesto fa parte di un rituale che si ripete, inalterato nel tempo, da infinite generazioni. I giovani si rasano reciprocamente i capelli creando disegni ornamentali; le donne, a gruppetti, osservano lo scorrere della vita dai grandi sassi appoggiati sul letto del fiume, mostrando con disinvoltura i piattelli labiali e le scarificazioni sui loro corpi armoniosi.

 

Bellezza selvaggia, i piattelli e le scarificazioni

I piattelli, inseriti nel labbro inferiore fin dalla giovane età, rotondi o triangolari, di argilla o di legno, sono simboli di bellezza e di orgoglio per le donne di questa etnia: più le dimensioni del piattello sono ampie, maggiore sarà il valore della dote necessaria ai guerrieri Surma per sposare le loro donne. Per dare più spazio ai piattelli, che a volte arrivano ad avere un perimetro di oltre 50 centimetri, vengono estratti, con uno scalpello, i 4 incisivi; secondo tradizione, è l’anziano del villaggio a forare il labbro inferiore con una punta metallica. Per impedire la cicatrizzazione viene poi inserito un bastoncino di legno sostituito in seguito con altri sempre più grandi, in modo da provocare il graduale stiramento della mucosa labiale fino a permettere l’inserimento del piattello.

I Surma sono veri maestri nella scarificazione, una tipica espressione d’arte corporale con finalità estetica. Le donne mostrano fiere queste cicatrici geometriche sulle spalle, braccia, seno e pancia, con lo scopo di attirare sessualmente gli uomini; anche questi hanno varie cicatrici ornamentali sul corpo, in particolare sul braccio destro, dove ogni segno corrisponde all’ uccisione di un nemico o di una bestia feroce. Le incisioni vengono fatte con punte taglienti di vario genere. La ferita viene poi cosparsa di cenere per rallentare la cicatrizzazione e rendere più evidente la scarificazione.

 

Dai Surma ai loro eterni nemici: i Nyangatom

Lasciati i territori dei Surma proseguiamo con in nostri Fuoristrada attraverso i selvaggi panorami del Parco Nazionale dell’Omo, dove la pista svanisce tra gli alti cespugli della savana e orientarsi diviene sempre più difficile. Tra le distese desertiche raggiungiamo i villaggi dei bellicosi Nyangatom, protetti da barriere di rami spinosi con piccoli varchi che permettono l’accesso a questo microcosmo: tutt’intorno la desolazione della brulla savana. I loro sguardi diffidenti e austeri ci raccontano di un esistenza difficile, messa a dura prova da un territorio ostile.

Nonostante questo, le donne non rinunciano a valorizzare il loro aspetto, abbellendosi con una moltitudine di collane fatte di conchiglie e perline che ricoprono interamente il collo e parte del petto. Le perline gialle rosse, bianche e blu sono portate dalle ragazze nubili, quelle sposate invece sfoggiano perline di legno.Tutte indossano fili di perline colorate in vita, orecchini e grandi bracciali in ferro, avorio e legno. Gli uomini non si separano mai dal loro poggiatesta. Di notte lo usano per appoggiare il collo in modo da non sciupare le loro elaborate acconciature, di giorno come sgabello. Alti circa 20 centimetri, i poggiatesta sono ricavati da un unico pezzo di legno che viene poi decorato con disegni incisi con piccole punte metalliche.

 

La vita lungo l’Omo River

Lasciata la savana, raggiungiamo le sponde del fiume Omo e a bordo di improbabili imbarcazioni scendiamo sulle acque del fiume popolato da coccodrilli, fino al punto più a sud del nostro viaggio, dove troviamo i villaggi Karo e Hammer. I Karo vivono in caratteristici villaggi di capanne di paglia; sono ridotti a poche centinaia di individui e la loro millenaria cultura è a rischio di estinzione.

Come i Surma, hanno il culto della bellezza fisica, esaltata dalle scarificazioni e dalle decorazioni pittoriche che realizzano utilizzando colorazioni vegetali e minerali. I loro corpi e i loro volti divengono splendide tele da pitturare, espressione di una grande creatività artistica. Una calotta di ricci realizzata con fango, burro e grasso sui quali viene spruzzata della polvere rossa e il chiodo labiale, che le donne sono solite muovere in continuazione con la lingua, sono gli elementi distintivi dell’etnia Hamer.

Nei territori di questa etnia, rispettata e ammirata da tutte le altre popolazioni per la bellezza e sensualità delle loro donne, viviamo atmosfere e suggestioni di antiche tradizioni tribali. Le donne indossano pelli di capra abbellite con numerose perline colorate e tante piccole conchiglie del Mar Rosso, usate, per secoli, come denaro. Anche la fattezza di queste pelli denota il loro profondo senso estetico e la loro grande sensualità nel portarle con grazia e armonia.

Gli Hammer hanno particolari ritualità legate al matrimonio. I fidanzamenti vengono combinati dalle due rispettive famiglie dopo che il pretendente ha superato lo “zillai”, il salto del toro, un rito di iniziazione che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Le ragazze non devono arrivare vergini al matrimonio: questo rappresenterebbe un grande disonore, indicando che nessun uomo le ha volute perché poco attraenti.

 

Sono queste le ultime etnie primitive del cuore dell’Africa. Lasciati i paesaggi selvaggi e incontaminati della valle dell’Omo, lo scenario cambia completamente.

Ci avviciniamo nuovamente al mondo civilizzato, ed anche le etnie che incontriamo ci mostrano questo cambiamento. Ritroviamo i panorami di campi coltivati, le strade segnate e poi asfaltate, paesi e ogni segno di “civilizzazione”.


Michele Dalla Palma