01/08/2010
Alaska, ai confini del mondo con Dolomite

Una sfida con se stessi, immersi in uno dei pochi angoli del mondo che può vantare ancora una natura incontaminata. È quella affrontata da Michele Dalla Palma insieme a cinque compagni di viaggio. A fianco di Dalla Palma, giornalista e fotografo ma anche atleta professionista, c’era Dolomite, il brand simbolo di chi ama l’avventura.

02/08/2010
Diario di viaggio

"Ti interessa partecipare a una grande avventura nell’estremo nord dell’Alaska?"

All’altro capo del telefono Pietro Simonetti, un piemontese che vive da anni a Boulder, in Colorado. Appassionato di montagna e di territori selvaggi, salta da una parte all’altra del mondo a caccia di emozioni.

Esiste una sola risposta alla domanda di Pietro, e a fine luglio ci ritroviamo, insieme ad altri quattro compagni, in viaggio per i territori senza confini del Grande Nord.

2 agosto

Partiamo dalle sorgenti del fiume Kongakut, nell’Arctic National Wildlife Refuge dell’Alaska. L’estremo nord di questo Stato è l’ultima zona selvaggia della Terra dove ancora esistono le leggendarie “macchie bianche” che sulle carte geografiche contraddistinguono aree del territorio ancora da scoprire.

Questa immensa regione disabitata oggi è una zona protetta. Tra noi e il ritorno, 400 miglia di territori sconosciuti e un fiume, unica, impetuosa e imprevedibile via d’uscita nel labirinto di cime e valli in questo angolo di pianeta lontano nel tempo e nello spazio dalla quotidianità.

04/08/2010
Infinito. Solitudine. Silenzio.

4 agosto

Siamo sei microscopici animali che arrancano sui pendii di una qualsiasi montagna del Continental Divide. Attorno a noi solo cime senza nome. L’idea di essere i primi umani a calpestare quei luoghi sconosciuti è un’emozione intensa.

Nelle nostre fantasie nessuna pretesa di compiere grandi imprese. Qui non c’è nulla da “conquistare”, non ci sono “grandi montagne”, solo infinite terre verticali separate da valli profonde. All’infinito. A sud le foreste e gli acquitrini che formano l’immenso e impenetrabile bacino dello Yukon.

Le White Water, le “acque bianche”, le correnti selvagge dei fiumi che precipitano nelle gole delle montagne sono il secondo obiettivo della spedizione. E anche l’unico modo per raggiungere l’Oceano Artico.

10 agosto

Aggrappati agli arbusti della riva, riusciamo a fermarci in una microscopica ansa relativamente tranquilla prima di un tratto repulsivo. Il fiume ci racconta con violenza la sua anima. Bonnie e Ryan partono per primi, li osserviamo sparire nei vortici. Solo a tratti, le teste emergono dal caos di spruzzi candidi. Poi nulla per minuti infiniti, fin quando sullo sfondo del canyon vediamo sollevarsi la pala gialla di una pagaia. Ce l’hanno fatta.

Tocca a noi. Imploro Greg con lo sguardo. Sarei disposto a qualsiasi compromesso per evitare di buttarmi in quel massacro d’acqua. La razionalità che mi sussurra essere l’unica via d’uscita non può nulla contro l’istinto animale, che cerca di farmi uscire dalla canoa. “Forward!”

Sono davanti, devo solo pagaiare con tutte le mie forze infilandomi dritto dentro onde paurose, perché è di Greg, da dietro, la responsabilità di guidare quell’insignificante, effimero telo di plastica dentro il caos.

Nonostante la violenza della corrente, sembra che l’improbabile natante riesca a scivolare sulle creste. Poi una roccia assassina si anima davanti a noi. Greg urla qualcosa, soffocato dal frastuono del fiume.

Affondo con furia scomposta la pagaia nella schiuma, e per un attimo sembra che la canoa galleggi nel vuoto. Abbiamo quasi superato l’ostacolo quando un risucchio d’acqua sbatte la coda dell’imbarcazione contro il masso e il nostro mezzo si trova improvvisamente perpendicolare alla corrente. Uno strattone violento precipita la punta della canoa in una sacca di acqua apparentemente immobile. So cosa dovrei fare, ma i miei pensieri sono comunque più lenti dell’onda di ritorno, che risalendo da valle per effetto del vuoto creato dalla grossa pietra mi travolge, affondandomi. La meccanicità della paura, appresa in mille avventure in montagna, mi permette di dimenticare qualsiasi emozione. Attento a non impigliarmi in qualcuno dei moschettoni e cordini che ho posizionato per tenere insieme i bagagli, scivolo fuori dal mio abitacolo e finalmente respiro.

Appollaiata su un masso della riva, Bonnie dal basso mi fa segno a gesti che poco oltre al punto dove si trova c’è un’ampia ansa, e la corrente è molto meno impetuosa. La supero toccandomi ripetutamente la testa, che nel gergo del fiume significa “tutto ok”, e comincio goffamente a nuotare. Poco dopo “attracca” anche Greg, tenendo stretta in mano la sagola della nostra canoa. Poteva essere un grosso guaio. È solo un’emozione da ricordare.

17/08/2010
Natura viva

17 agosto

Ieri siamo finalmente usciti dal delta del Kongakut, e stiamo scivolando tra i blocchi di ghiaccio dell’Artico per raggiungere il punto dove Tom, il pilota dell’aereo, ci verrà a prelevare, domani. Tra noi e le grandi, impetuose onde oceaniche, una sottile striscia di sabbia.

Nella linearità perfetta di questa barriera naturale una grande sagoma chiara è l’unico elemento anomalo. Soprattutto quando, intuendo la nostra presenza, si alza imponente sulle zampe posteriori sprigionando tutto il fascino e la potenza del predatore. Il muso affilato del grande orso bianco scandaglia l’aria lentamente come un radar. Rimango ipnotizzato dalla straordinaria forza di quell’immagine. Vista infinite volte nella virtualità del video. Ma oggi lo straordinario animale è lì, nella mia stessa realtà. Poche zampate nell’acqua bassa della laguna ci dividono. Estremamente pericoloso, ma ancora di più affascinante, lo spettacolo ci inchioda. Accendo la telecamera. Ryan estrae il fucile dalla custodia impermeabile, li davanti c’è un imponente maschio di orso bianco, uno degli animali più feroci, potenti e aggressivi del regno animale. Per di più, sta sbranando una foca appena catturata e potrebbe pensarci come antagonisti. Afferra nella grande bocca l’animale sbrindellato e sembra allontanarsi, caracollando nella caratteristica andatura barcollante e solo apparentemente lenta e goffa. Depositata la carcassa della foca a qualche metro di distanza, ritorna verso di noi, e senza bisogno di alcun accordo tutti capiamo che è il momento di darci sotto con le pagaie.

Le canoe scivolano silenziose sull’acqua. Sulla sottile striscia di sabbia, con le sue ampie falcate l’orso ci accompagna minaccioso per oltre un chilometro. Lo ricorderò come un momento straordinario di questa straordinaria avventura.